Prigioniera di un segreto

Il comune buon senso suggerisce semplicemente di evitare ciò che infastidisce o provoca ansia. Di non indugiare in quel pensiero. Di aggirarlo. E così facendo rifuggiamo dai traumi e dalle avversità del passato, o dai conflitti e dalle difficoltà del presente. Per buona parte dell’età adulta avevo pensato che la mia sopravvivenza nel presente dipendesse dal tenere sprangati il passato e la sua cupezza. Nei miei primi anni da immigrata a Baltimora, dal 1950, non sapevo nemmeno pronunciare Auschwitz in inglese. Non che avessi voglia di farlo, anche se fossi stata in grado. Non volevo la commiserazione di nessuno. Non volevo farlo sapere a nessuno.

Volevo soltanto essere una brava ragazza americana. Parlare inglese senza accento. Sfuggire al passato. Il mio desiderio di appartenenza, la paura di essere inghiottita dal passato, mi facevano lavorare sodo per tenere nascosto il mio dolore. Non avevo ancora scoperto che il mio silenzio e il mio desiderio di appartenenza, entrambi fondati sulla paura, erano un modo per sfuggire a me stessa: che scegliendo di non affrontare a viso scoperto il passato e me stessa, decenni dopo la fine temporale della mia prigionia, sceglievo di non essere libera. Io custodivo un segreto e il mio segreto custodiva me.

Edith Eva Eger, La scelta di Edith

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