Desiderio di guerra

Quando di recente sono tornata in Zimbabwe -due anni dopo l’indipendenza e la fine di quella mostruosa guerra che è stata molto più feroce e selvaggia di quanto non ci sia stato raccontato- ho incontrato soldati di entrambi i fronti, bianchi e neri. Il primo fatto ovvio -ovvio per un osservatore, se non per loro- era che si trovavano in stato di shock. Sette anni di guerra li avevano lasciati istupiditi, come svuotati, e credo che questo dipendesse dal fatto che ogni volta che la gente è costretta dalle circostanze a rendersi conto di cosa può essere capace, lo shock è così forte che non può essere assorbito facilmente. O addirittura non può essere assorbito affatto. Si vuole dimenticare.

Ma c’era anche un altro fatto, forse anche più interessante nel contesto di questo discorso. Era evidente che i soldati di entrambe le parti, bianchi e neri, avevano amato la guerra. Era una guerra che richiedeva molta abilità, coraggio, iniziativa, inventiva -tutte quelle capacità che richiede una guerriglia, un talento che durante una vita trascorsa in tempi di pace forse non era mai stato sfruttato.

Eppure la gente può sospettare di averlo, e segretprigioniamente desiderare di metterlo alla prova. Questa, credo, non è l’ultima delle ragioni per cui esistono le guerre.

Doris Lessing, Le prigioni che abbiamo dentro, 1986

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