Cosa penseranno di noi?

Mi chiedo spesso come appariremo a chi verrà dopo di noi. E non è una domanda oziosa, ma un tentativo deliberato di potenziare la forza dell'”altro occhio” che possiamo usare per giudicarci.
Chiunque si occupi di storia sa che le convinzioni più radicate e appassionate di un secolo per lo più appaiono ridicole a quello successivo. Non c’è epoca della storia che ci appaia così come dev’essere apparsa a chi l’ha vissuta.

Quello che sperimentiamo personalmente, in ogni tempo, è il prodotto dell’impatto che hanno su di noi le emozioni di massa e le condizioni sociali dalle quali ci è praticamente impossibile isolarci. Spesso le emozioni generali sono quelle che ci appaiono più nobili, le migliori e le più attraenti. Eppure, nel giro di un anno, di cinque anni, di un decennio, di cinquant’anni, la gente si chiederà: “Ma come avranno fatto a pensarla in quel modo?” perché nuovi eventi avranno bandito le suddette emozioni diffuse, scaricandole -per così dire- nel secchio della spazzatura della storia.

Doris Lessing, Le prigioni che abbiamo dentro

prigioni

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