Katherine Mansfield da Gurdjieff

 

vbreveOrmai aveva deciso. Per diventare u­na «figlia del sole », sarebbe entrata all’Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo, che George Gurdjieff – «il gran lama del Tibet» – aveva appena aperto pres­so Fontainebleau. Questi toni trionfanti non debbo­no illuderci. Quando risolse di entrare all’Istituto, la Mansfield non aveva fiducia nemmeno in Gurdjieff: era disperata, e puntava tutta se stessa, tutto il passato, il presente e il futuro, «andando avanti, arditamente e da sola», sfidando qualsiasi rischio, su una carta i­gnota, l’unica che le fosse rimasta.

Il 17 ottobre entrò all’Istituto di Gurdjieff, e le par­ve di ripetere l’avventura di Gulliver. Anche lei aveva fatto naufragio, dopo la più furiosa tempesta, ed era capitata a Brobdingnag, fra una razza di uomini sco­nosciuti, che dovettero sembrarle molto più alti di lei, e parlavano un’altra lingua, mangiavano un altro cibo, ascoltavano un’altra musica. Gli ospiti, che gre­mivano l’antico castello di Madame de Maintenon, erano per lo più russi, venuti da Tiflis, da Costantino­poli e da Berlino. Si attendeva la moglie di Cechov; e la presenza di Alfred Richard Orage, l’editore dei suoi primi racconti, ricordò alla Mansfield gli anni della giovinezza. Gli abitanti di Brobdingnag lavoravano all’aria aperta: facevano legna nel bosco: accudivano alle mucche, le capre, i cavalli, i muli, i maiali «misti­ci» e i conigli «cosmici», che il loro signore aveva comprato per far conoscere loro la gioia dell’esisten­za animale.

Costruivano un bagno turco e una sala di danze, dove i componenti della piccola comunità at­teggiavano le membra secondo le leggi che governa­no i movimenti segreti degli astri. Trasformarono un hangar per aeroplani da guerra in una specie di con­vento derviscio: il suolo venne ricoperto con sessanta­trè tappeti di Bukhara e del Belucistan, tamburi o­rientali stavano attorno, una fontana profumata e illuminata versava acqua, dai muri pendevano pannel­li con iscritte sentenze di saggezza: mentre, sull’entra­ta, su una piccola sopraelevazione del terreno, un’al­cova riccamente ornata con tappezzerie cremisi at­tendeva il corpo robusto di George Gurdjieff.

Dapprima la Mansfield abitò in una stanza bella e sontuosa: poi il capriccio sovrano di Gurdjieff la tra­sferì in uno stanzino freddo, piccolo e povero, uno di quei covili dove dormono nella sporcizia i personaggi di Dostoevskij e di Kafka. Mentre un inverno freddis­simo avanzava sopra i boschi di Fontainebleau, si rag­gomitolò nella sua pelliccetta, chiedendo in russo a­gli ospiti del castello la carta per accendere il fuoco, la legna e i fiammiferi: finché un altro capriccio la restituì alla gloria della sua prima stanza. Aveva ap­preso la prima lezione dell’Istituto: doveva staccarsi da tutte le cose, vivere come una fuggiasca sotto le tende, sopportare il disordine, la povertà, la sporcizia e i cattivi odori come fossero effluvi del paradiso. La mattina si alzava presto e si lavava con l’acqua gelata, facendo colazione con gorgonzola e marmellata di mele cotogne.

Passava la giornata vivendo la vita fisi­ca e laboriosa, che negli ultimi tempi aveva desidera­to – curava le pecore, i maiali «mistici» dalle lunghe setole dorate, i conigli «cosmici », le oche così piene di intelligenza, le galline e le capre: andava in cucina, a raschiare carote e a sbucciar cipolle, fino a rovinarsi le mani, o semplicemente «guardava» il lavoro degli altri: osservava il falegname piallare e fabbricare ruo­te, pensando che presto anche lei avrebbe lavorato il legno: cuciva i costumi per il teatro, lavava il bucato, faceva dei tappeti con lunghi steli di grano; e ascoltan­do musica imparava una libera aritmetica mentale, dove due per due faceva uno, tre per tre faceva dodici, quattro per quattro tredici, cinque per cinque ventot­to. A pranzo mangiava fagioli e cipolle, vermicelli con zucchero e burro, vitello avviluppato in foglie di lattu­ga e cotto nella panna. Alle dieci andava a letto, sebbe­ne Gurdjieff cambiasse sovente gli orari, perché nes­suna delle sue vittime riposasse mai nell’abitudine. Allora gli abitanti di Brobdingnag ballavano fino al­l’alba «danze assire », o costruivano febbrilmente il bagno turco o l’hangar-convento.

Quando scorse per la prima volta Gurdjieff, calvo, con grandi mustacchi e l’aria possessiva e losca, le sembrò «un commerciante di tappeti di Tottenham Court Road». Poi si abituò a dipendere da lui, come dall’astro terrificante e tenebroso che regnava sopra ogni istante della sua esistenza. Era onnipresente. In cucina insegnava come si faceva il kumis o la minestra di cavolo, nella stalla insegnava a mungere le mucche e le capre, nella bottega del falegname insegnava a piallare: progettava bagni turchi, disegnava e tagliava vestiti, riparava tappeti, edificava muri, spegneva in­cendi, componeva musica, dirigeva danze. Sapeva tut­to, capiva tutto, agiva nel preciso istante in cui se ne aveva bisogno. Il grande mistificatore, il sinistro cial­trone, il beffardo mistagogo dovette divertirsi a scor­gere quella piccola neozelandese tremante di fred­do, raggomitolata nella sua pelliccetta, piena di zelo e di dedizione; e preparò uno spettacolo apposta per lei.

Aveva fatto costruire nella stalla una galleria so­pra le mucche: un pittore di Brobdingnag affrescò i muri e il soffitto con una variopinta decorazione o­rientale, fiori, uccelli, farfalle, alberi con animali sui rami, un ippopotamo, un elefante col volto di Orage: dipinse sul soffitto l’«enneagramma» di Gurdjieff; e qualcuno vi portò due divani ricoperti da tappeti di Persia. La Mansfield doveva stare là sopra, sdraiata so­pra le mucche: dapprima solo il giorno, poi anche la notte; e la «radiazione del magnetismo animale», la calda esalazione delle mucche, del letame e del fieno avrebbe dato nuova forza ai suoi polmoni malati. Spez­zando il riserbo, un giorno Gurdjieff salì anche lui nel­la galleria, tra i fiori orientali, gli ippopotami e gli ele­fanti, e le disse che aveva comprato una scimmia, che avrebbe dovuto addestrare a pulire le mucche. Poi, nel suo inglese da venditore di tappeti, aggiunse che sem­brava star meglio. « Ora avete due dottori a cui obbedi­re. Il dottor Stalla e il dottor Latte-appena-munto. Non pensare, non scrivere… Riposare, riposare. Vivere di nuovo nel vostro corpo».

…Una leggenda circonda gli ultimi mesi di Kather­ine Mansfield. Il suo volto, felice e radioso di «ine­sprimibile bellezza», splendeva come «fosse stata sul Sinai» – ripetono a gara Middleton Murry, Orage e Ida Baker. Aveva dunque raggiunto la «vita solare» a cui aveva aspirato? La nube di angoscia, di terrore e di disperazione, nella quale era stata avvolta negli ul­timi mesi, si era completamente dissolta? «Il gran la­ma del Tibet» l’aveva salvata? Dietro le piccole grazie e il gergo infantile, le lettere degli ultimi mesi parla­no un altro linguaggio. La Mansfield sembra una bam­bina stupita e spaurita, attonita e balbettante. Pren­deva tutto sul serio, anche le abitudini alimentari im­poste da Gurdjieff: con una ingenuità che stringe il cuore, credeva a tutto, perfino all’effetto salvifico del fiato delle mucche, o alla danza indiana, che durava sette minuti e le insegnò «più cose sulla vita della donna di qualunque libro o poema».

…Era stata drogata, svuotata e distrutta dal sovra­no di Brobdingnag: naufragata sulla spiaggia scono­sciuta, era giunta in un campo di concentramento, e credeva che le onde l’avessero portata in paradiso.

Pietro Citati, Vita breve di Katherine Mansfield

 

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