Mao e la cinesità

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Al party di Gabriella Giubilei dell’ambasciata italiana ho conosciuto un intelligente diplomatico spagnolo, uno dei pochissimi che si preoccupino delle conseguenze del comunismo per la Cina come civiltà.

“Come deve sentirsi un uomo”, si domandava, “al quale si dice che tutto quello che ha fatto e pensato è sbagliato? Che è sbagliata l’arte, la poesia, la religione; che è sbagliato pensare, amare, seppellire i propri morti? Millenni di civiltà per arrivare a sentirsi dire che è giusto solo lavorare, mangiare e ubbidire? Per tornare ad essere un uomo primitivo…?”

Le ferite più profonde, secondo lui, le ha inflitte la rivoluzione culturale, perché ha lasciato i cinesi con il pensiero avvilente che non sono riusciti ad andare d’accordo fra cinesi, che si sono uccisi tra fratelli. Lo dice da spagnolo che a sua volta ha alle spalle una guerra civile. Secondo lui le conseguenze della rivoluzione culturale sono ancora ben più gravi, perché mentre Franco (come Mussolini, come Hitler) ha esaltato i pregi della propria nazione su quelli delle altre, Mao ha mortificato la propria razza, l’ha criticata sotto ogni aspetto, ha cercato di disfare i ricordi storici, ha punito i portatori delle tradizioni, ha negato il valore stesso della cinesità: questo è un danno come nessun Fuhrer, despota o imperatore ha mai fatto alla propria nazione.

Angela Terzani Staude, Giorni cinesi

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