Platone e il bene comune

watz“He who would do good must do so in minute particulars: the general good is the plea of patriots, politicians and knaves, ” (Chi vuol fare del bene lo faccia nelle piccole cose; il bene comune è la scusa dei patrioti, degli uomini politici e dei furfanti), si dice abbia affermato lo scrittore satirico inglese Samuel Butler.

La natura sembra dargli ragione. Tutto ciò che si evolve, cresce, fiorisce si muove a piccoli passi: i grandi mutamenti sono sempre dell’ordine delle catastrofi. Purtroppo è difficile entusiasmarsi per i “piccoli passi”, mentre le promesse utopiche infiammano e muovono le masse. Inoltre sono talmente “ovvie” che solo un idiota o un maligno le contesterebbe.

Forse la più classica fra le ipersoluzioni dei problemi connessi al bene comune è riconducibile a Platone, secondo il quale il filosofo non è più il (socratico) cercatore della verità, ma colui che la possiede. Detto altrimenti, il filosofo è colui che riconosce l’ordine divino, occultato alle rozze moltitudini. Chi, se non lui, è quindi preposto a deliberare sulle sorti degli uomini e dello Stato? Come Karl Popper sottolinea in vari passi della sua opera [11], Platone lascia pochi dubbi sul fatto di ritenersi egli stesso depositario della verità.

Paul Watzlawick, Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico

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