La grande bugia

Ma la più intrigante delle contraddizioni del leader è la sua padronanza della “grande bugia”, il suo talento nel raccontare frottole. Questa peculiarità merita una dettagliata illustrazione. Che si tratti del mito del Tibet di Madame Blavatsky, della fantasia di “Eck” di Paul Twitchell, delle tavole d’oro di Joseph Smith o una qualsiasi delle decine di altre falsità esposte nel corso degli anni che si possono trovare in grande scala, questo è stato uno dei comportamenti più costanti nei profeti. E sebbene sia accaduto di rado, tuttavia è vero che il profeta può arrivare a credere a queste bugie tanto quanto i suoi seguaci. Sebbene sembri assurdo, ciò può spiegare quello che è successo quando, per esempio, Jim Jones è diventato morbosamente preoccupato per la propria sicurezza, dopo aver finto un attentato contro se stesso (Reiterman e Jacobs 1982, 203). Jones e gli altri erano così bugiardi da riuscire a convincere anche se stessi, ma di gran lunga il migliore in questo era L. Ron Hubbard.

Hubbard sosteneva – tra le tante altre bugie – di aver conseguito lauree specialistiche da prestigiose università, di aver viaggiato attraverso diversi paesi come giovane avventuriero, di essere diventato uno scrittore di successo a Hollywood e di essere stato, a seconda dei casi, uno scienziato atomico, un esploratore e un agente sotto copertura. Niente di tutto questo era vero (Miller 1987).

Si sarebbe tentati, al pari di come lo ha presentato un biografo (Miller 1987), di liquidare Hubbard come un bugiardo patologico o un “messia sfacciato”. Eppure il punto di vista di Hubbard sulle sue bugie è più complesso. Egli vede della virtù nella menzogna, quando questa conduce ai fini desiderati e soprattutto se questi fini non implicano un semplice guadagno personale. Egli ha dichiarato molte volte la sua posizione. “La verità è ciò che è vero per te”, ha scritto in un suo libro e altrove ha affermato: “Se c’è qualcuno al mondo disposto a credere a ciò che vuole credere, quello sono io” (Miller 1987, 348, 231). La determinazione di Hubbard nell’anteporre la verità personale alla verità oggettiva ricorre più e più volte nei suoi discorsi. Perciò, quando ha mentito su qualcosa, è stato anche pronto ad affermare, in modo premeditato e deliberato, la sua personale supremazia sopra al mondo e alla storia. Potrebbe essere egoista, fuori controllo, impulsivo, crudele e poco profondo, ma alla base c’era un senso di missione, una volontà di rimodellare il mondo a propria immagine.

Questo potrebbe apparire come un voler leggere più di quello che c’è nelle azioni di Hubbard. Eppure non solo egli si è seriamente aspettato di essere preso sul serio ma era sconcertato e irritato quando non veniva creduto. Non riusciva a capire quelli che si rifiutavano di prenderlo sul serio, perché egli stesso si era preso così sul serio da credere alle proprie bugie. “Tu non capisci”, ha detto una volta ad un aiutante “Qui sto combattendo una battaglia. Potrei perdere alcune persone lungo la strada, ma ho intenzione di vincere” (Miller 1987). Per Hubbard, i suoi amici, la moglie, la famiglia e anche la realtà stessa, erano tutti secondari al suo bisogno di imprimere la propria verità sul mondo.

Len Oakes, Carisma profetico,Nono capitolo L’anima del profeta

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